La fantasia, questa vecchia amica che torna a trovarci

Quando è stata l’ultima volta che avete avuto un pensiero non funzionale a qualcosa?

Osservo mio figlio Jules, che ora ha 11 mesi, ed è in una fase bellissima: scopre gli oggetti, li mette in relazione, ne sbatte uno contro l’altro per verificarne il rumore e l’effetto, rischia di crepare vetri battendoci contro oggetti pesanti, di scassarci i timpani, di rompere le casse per ascoltare la musica… ma questa è un’altra storia.

Quello che volevo dire è che è ancora capace di creare 12.000 possibilità intorno ad una cosa.

Ricordo di aver letto una volta che i bambini hanno molta più fantasia degli adulti perché noi, entrando in una logica e in una routine, ripetiamo sempre gli stessi percorsi mentali: così quelli si rafforzano, e diventano preferenziali. Ciò vuol dire che usiamo quelli in prevalenza, escludendo tutte le altre possibilità.

Se guardo me stessa, mi rendo conto che le responsabilità, la routine, il dover prendere molte decisioni in poco tempo (sia per la maternità che per l’aver lavorato a lungo nelle emergenze umanitarie) hanno fatto sì che la maggior parte dei miei pensieri sia ora funzionale a un fine, a uno scopo. Il tempo in cui mi fermavo minuti a guardare come il sole tra le foglie di un albero disegna le ombre a terra, sembra lontano secoli. Eppure anche quella è vita.

Quando Jules ha iniziato ad andare al nido di fronte ai miei timori la mia amica Serena, che sa sempre cosa dirmi per farmi sentire meglio, mi ha spiegato che a quello dove andava sua figlia facevano fare un gioco, ed ha beccato esattamente quello che mi avrebbe fatto una buona impressione: c’era un cesto dei tesori da cui i bambini potevano pescare oggetti, e sperimentare con essi. Il gioco finiva quando iniziavano ad usarli secondo la loro funzione originaria: per esempio se usavano una forchetta per mangiare invece che per pettinarsi, vuol dire che aveva ‘esaurito’ la sua funzione di gioco.

l'arricciaspiccia

L’immagine sopra è presa da: https://www.freeforumzone.com/discussione.aspx?idd=10219787. Ovviamente tratta dal film ‘La Sirenetta’ di Walt Disney.

Facciamo che per una settimana, quando ci capita un oggetto tra le mani, pensiamo ad un uso alternativo?

Quando vedo mio figlio che guarda incantato i granelli di polvere che sembrano danzare lentamente nel raggio di sole che entra dalla finestra, mi rendo conto che è la fantasia che torna a trovarmi sotto mentite spoglie.

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Come costruire un Paese tutto tuo

Stanco di sottostare a regole che non ti piacciono? Costruisciti un Paese tutto tuo!

L’anno scorso mi sono imbattuta in questo libro per bambini carinissimo:

How to build your own Country

Ci sono riassunte molte delle cose che ho imparato nel primo anno di corso nella facoltà di Scienze Politiche, ma in modo molto più divertente.

Perché, tra qualche anno, lo farò leggere a mio figlio? Perché riassume concetti importanti: per dirne una, fa capire quanto molte identità nazionali siano cotruite artificialmente e, in quanto tali, il nazionalismo non ha senso. Almeno, questa è l’interpretazione che ci ho dato io.

Se io per esempio posso istituire il Grande Stato del Tavolo della Cucina, una volta inventata una bandiera (coltello & forchetta incrociati su campo di Tovaglia a Quadri), delle regole (per esempio: mangiare rigorosamente prima il dolce e poi il secondo), un inno e delle tradizioni, tra svariati secoli i cittadini che si trovassero a nascervi percepiranno che la loro identità è legata a quello Stato, senza metterne in discussione la creazione. Diciamo che è un po’ lo stesso processo che portò D’Azeglio a dire: Fatta l’Italia, bisogna fare gli Italiani. 

Ovviamente un’identità, nazionale e non, è molto più complessa di questo. Però la bella notizia è che essendo una cosa modificabile col tempo, noi possiamo decidere che l’identità del nostro Paese sia quello che vogliamo, che scegliamo giorno per giorno.

Io – che mi sento Italiana, perché per confronto quando vivi in molti Paesi diversi tendi ad aver presente molto bene le tue origini, e mi sento pure Europea, e mi sento pure e soprattutto un essere umano che ha diritto di abitare questa nostra Terra come chiunque altro ci sia nato sopra, per esempio trovo che una cosa bella del nostro Paese sia l’empatia, la compassione. Penso che l’umanità, il venirsi incontro, sia un valore che ci identifica in quanto italiani. La mamma italiana è un’istituzione mondiale, per esempio. E io non so quel che avrebbero fatto le vostre mamme o voi in quanto mamme o in quanto papà, ma se i miei genitori avessero visto che l’attuale classe politica lascia dei bambini e le loro mamme morire annegati, sarebbero andati a fare una bella ramanzina (per dire una cosa soft, il termine più mammescamente appropriato sarebbe ‘paliata’ – i meridionali sapranno a cosa mi riferisco) a questi governanti che per fame di potere passano tranquillamente sopra i cadaveri di uomini, donne e bambini.

Da mamma italiana quale io sono ora, non posso accettare che questa cosa accada senza dire nulla, perché la mia identità: di italiana, di donna, di mamma, di essere umano – vuole che io protegga e aiuti qualsiasi bambino del mondo.

Come vi sentite, voi? Cosa definisce la vostra identità di genitori?

Sogni, mostri e mostre

Ieri è stata una di ‘quelle’ mattine.

Ho sognato che chiedevo conto a mia mamma del fatto che, in cinque mesi, non fosse mai venuta a conoscere mio figlio, a vederlo. Ovviamente ero dispiaciuta e le facevo presente questa cosa.

Al risveglio ho raccontato la cosa al mio compagno, che nel suo italiano stentato mi ha chiesto se fosse stato un incubo. Il punto è che l’incubo non è stato il sogno, ma il risveglio. Perché il fatto che mia madre non sia mai venuta a conoscere mio figlio in cinque mesi, da quando cioè è nato, è ben poca cosa rispetto al fatto che in realtà non verrà mai, dal momento che è morta alcuni anni fa. Insomma, ci sono giorni in cui la mia realtà è peggiore dei miei incubi. Il sogno in sé è quasi bello, perché mi dà la possibilità di ritrovare mia madre: però il perderla ancora una volta al risveglio, quando mi rendo conto della verità, me la ricordo, è un tormento capace di lasciarmi esausta per l’intera giornata. I greci la sapevano lunga quando facevano concludere i propri miti con un supplizio destinato a rinnovarsi all’infinito. A volte la mia mente mi gioca di questi scherzi.

La giornata a Roma era piovosa e calda, il tempo passava troppo lento, il bambino era nervoso: e quando mi butta così il mio compagno lo capisce, perché inizio ad aggirarmi per le due stanze del nostro appartamento come una tigre in gabbia. Quindi abbiamo scovato una mostra che fosse ancora aperta nel tardo pomeriggio, e abbiamo trovato questa: L’altro sguardo. Fotografe italiane 1965-2015, a Palazzo delle esposizioni.

Io pensavo già che, se tanto mi dava tanto, il bimbo avrebbe cominciato a fare un concerto per pianto dopo 5 minuti dall’arrivo: e invece, entusiasmato dal silenzio delle grandi sale, in cui qualsiasi voce risuonava tanto, ha iniziato a provare tutto il suo campionario di versetti: la verità è che l’effetto è stato comico, nel compostissimo e pretenzioso silenzio di un posto del genere sentire ogni tanto un ‘Aaaaaa!’, o un ‘Ghiii!’ urlato a squarciagola e moltiplicato per cento. Insomma, è finita che ci siamo divertiti, soprattutto lui. E che mi ha fatto del bene tornare a far cose che avrei fatto anche prima di avere un figlio, e poter parlare con il mio amore di cose nuove. Ed ho trovato dei lavori che mi sono piaciuti, e che vi propongo: solo un paio, perché altrimenti poi non andate a vedervi il resto.

Eccovele:

Agnese de Donato, Chi era costui, 1973, prove di copertina per il numero zero della rivista “ EFFE / No. 0″, 4 stampe Ink-jet, 2015 (30 x 24 cm)

Riconoscete la posa tipica affinché possano essere ben visibili deretano e seni allo stesso tempo? E la seconda, sbottonatura ad hoc e sguardo provocante, tipici della rappresentazione fotografica femminile? Vedete quanto questi elementi sembrano grotteschi, se applicati ad un soggetto maschile? Ecco, quando si parla di mercificazione del corpo femminile e di disparità di genere si parla anche di questo. Mi direte che anche degli uomini si fanno rappresentazioni in cui viene forzosamente esasperata la propria virilità, ma riconoscerete che sono ben più rare.

Ed ecco un’altra foto, più intimistica ma assai bella, che propone una madre ed una figlia:

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Anna di Prospero, ‘Self-Portrait with my mother’, 2011. Trovate il suo sito web qui

E ora ci vorrebbe un bel finale, per dire che alla fine si risolve tutto e che la mostra mi ha fatto dimenticare il motivo della mia tristezza. Purtroppo non è così. Però farmelo lasciare per un po’, questo sì; farmi pensare che accanto alle cose brutte ci sono sempre quelle belle, questo pure. E la morale di questo mezzo lieto-fine è quella che ci insegnavano al liceo e che io stentavo a capire, pur essendone attratta: conosci te stesso, non solo nel significato di essere in balìa, a volte, di forze ed eventi con le quali non ci si può misurare: ma in quella di conoscere la propria mente ed essere al di sopra di essa, e sapere come cantare altro quando inizia a girare suonando come un disco rotto.

Il mammo/2

Sapevate che anche gli uomini, dopo la nascita dei propri figli, subiscono dei cambiamenti ormonali?

Nei loro organismi aumenta la produzione di ossitocina e si riduce lievemente quella di testosterone. Sembra che questa strategia serva ad incoraggiare gli atteggiamenti di cura verso la prole e a diminuire l’aggressività verso di essa. Inoltre servirebbe a regolare l’appetito sessuale della coppia aiutando a rispettare i tempi di una compagna provata dal parto.

In verità gli ultimissimi studi indicano che dei cambiamenti intervengono già durante la gravidanza della partner, ma qui ci limiteremo al post-parto.

La cosa interessante è che tali mutazioni sarebbero estremamente labili, cioè si volatilizzerebbero rapidamente con l’allontanamento dai propri figli.

Ora, facciamo due calcoli: la legge di stabilità 2017 ha raddoppiato il numero dei giorni di congedo di paternità obbligatorio per evento nascita o adozione. Nel 2018 i neo-papà usufruiscono di 4 giorni. Prima ne erano 2.

Un po’ pochini, direi. Vi risparmio il paragone con certi altri Paesi europei; continuiamo, invece, a fare due calcoli.

Per una madre, il periodo più intenso dopo la nascita di un figlio è probabilmente il puerperio, che di giorni ne dura 40.

In questo periodo, la neo-mamma affronterà ingenti cambiamenti fisici, abbracciando un nuovo ruolo e un nuovo stile di vita. Gli stravolgimenti ormonali, tra le altre cose, la rendono vulnerabile al cosiddetto baby-blues, periodo di tristezza che di giorni, in media, ne dura da 7 a 10. Normalmente si manifesta successivamente al terzo giorno dal parto, cioè proprio quando il padre (se c’è), riprende a lavorare.

Non finisce qui: per alcune madri il baby-blues si può trasformare in una vera e propria depressione post-parto, che può a sua volta sfociare in atteggiamenti psicotici. Questo avverrebbe nei primi tre mesi dalla nascita del bambino. La madre viene così lasciata sola, impedendo al padre una comprensione immediata della fatica che l’allevamento del figlio comporta nei primi tempi e limitandolo nella sua possibilità di cogliere segnali di malessere della partner.

Insomma: non incoraggiare i padri all’essere parte attiva dell’accudimento iniziale del neonato non solo li limita nel godimento della propria vita familiare; impedisce anche alle madri di avere un sostegno che nei primi mesi di genitorialità si rende necessario, e limita la comprensione reciproca tra i partner in un momento che è delicatissimo per la coppia e l’equilibrio familiare. Soprattutto, a padre e figlio viene preclusa l’opportunità di un attaccamento precoce. Il perpetrarsi di questo schema in cui il papà torna a lavoro e la mamma è l’addetta esclusiva all’allevamento del neonato inficia un meccanismo di cura che potrebbe prodursi spontaneamente. Ed è un peccato, perché:

Solo da una società che dà all’affettività la giusta importanza possono scaturire adulti emotivamente soddisfatti e pronti, a loro volta, a rendere il mondo più compassionevole.

Il mammo/1

Nel mio quartiere c’è un consultorio fantastico.

Durante la mia gravidanza vi era stato organizzato un corso pre-parto che iniziava ad un orario complicato: le nove di mattina. Questo rendeva praticamente impossibile la partecipazione dei padri lavoratori e difficoltosa quella delle madri lavoratrici, soprattutto quelle che potevano e volevano usufruire della flessibilità lavorando così anche l’ottavo mese di gravidanza: però essendo il mio compagno, a quell’epoca, disoccupato ed avendo io un datore di lavoro socialmente coscienzioso, siamo riusciti a frequentarlo entrambi. Su dodici partecipanti donne, io ero l’unica accompagnata.

Il mio compagno, che all’epoca non parlava ancora italiano, era abbastanza intimorito dal trovarsi in mezzo ad un gruppo di dodici donne panciute, un’ostetrica e una psicologa, soprattutto quando a fine lezione partivano gli esercizi per rafforzare il perineo: a quel punto lui non sapeva più dove guardare, e seppelliva la testa nel telefono. Diciamo che per evitare imbarazzi a lui e alle mie compagne, a quel punto lui si andava a prendere un caffè, con sollievo di tutt*, e ci ritrovavamo fuori.

Un giorno, con la psicologa, stavamo affrontando il tema ‘Passaggio dalla coppia alla famiglia’. Inevitabilmente, il discorso cadde sul fatto che lui non avesse un lavoro in quel momento e che, trovandosi in un Paese straniero di cui ancora non conosceva la lingua, sarebbe stato difficile per lui trovarne uno. Questa cosa sembrava preoccupare più gli altri che noi. Pensavamo che se lui avesse voluto avrebbe potuto prendersi cura del bambino mentre io lavoravo: a conti fatti se al mio ritorno al lavoro avessimo dovuto spendere uno stipendio pressoché intero per mettere il neonato ad un nido o trovare una baby-sitter, tanto meglio che uno dei genitori non lavorasse e restasse a casa con il bimbo. A tale riflessione giunse anche la psicologa, che concluse dicendo, ‘Male che vada, può sempre fare Il Mammo! ’.

E io immediatamente pensai: ‘Perché, non potrebbe semplicemente fare IL PADRE? ’

In fin dei conti lei aveva espresso lo stesso concetto a cui eravamo giunti noi. Però quel suo modo di esprimerlo mi sembrò rivelatore di come in Italia ancora immaginiamo dei ruoli genitoriali classici: per me il padre è già un genitore per il quale, come tale, la cura dei figli assume un ruolo altrettanto importante che quello ‘produttivo’ (tanto per utilizzare un termine classico).

Invece lei, per esprimere il concetto che il papà avrebbe potuto svolgere questo compito primario, ha dovuto ‘snaturare’ il nome del padre prendendo in prestito il sostantivo materno e maschilizzandolo.

Un papà che invece di lavorare fuori sta a casa coi figli non è un padre, è un ‘mammo’.

Posto che il termine ‘mammo’ è in fondo molto tenero e simpatico, che bello sarebbe se invece di pensare ai ruoli si potesse mettere giù una lista: una gran lista colorata e semplice di tutto, ma proprio tutto, quello di cui un bambino ha bisogno, in termini di affetto, di esempio, di tempo, di cose materiali; e poi si decidesse, nella coppia, chi può fare cosa. E che bello sarebbe se iniziassimo, tutt*, a capire che i padri, dove ci sono, possono e devono avere lo stesso peso educativo e di cura delle madri; quanto saremmo tutt* più liberi! I padri, che si sentirebbero valorizzati nella loro tenerezza nella espressione del ruolo genitoriale, e le madri, alleggerite da una responsabilità che sembra essere ancora troppo poco condivisa.